La FISC, Federazione Italiana Settimanali Cattolici, ha scelto di ricominciare da Trento la buona prassi dei convegni nazionali: a fare gli onori di casa Diego Andreatta, il direttore del settimanale “Vita Trentina” che festeggia il centenario dalla fondazione. Nel pomeriggio del 16 aprile i rappresentanti dei settimanali diocesani si sono ritrovati nel salone di rappresentanza di Palazzo Geremia per ragionare insieme sul motivo per cui l’ambiente è sparito dalle prime pagine…eppure l’urgenza climatica è sempre più evidente su tutti i territori del Belpaese e non solo. A dare il tono ai lavori, moderati dalla vicepresidente vicaria della Fisc Chiara Genisio, è stato l’arcivescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi: la questione climatica, ha osservato, «è scomparsa totalmente» dalle agende politiche e dalla narrazione giornalistica, «è una questione che sembra derubricata». Tisi ha parlato di una «schizofrenia tra un silenzio su quanto accade e poi frane da una parte, frane dall’altra, intere comunità che sprofondano». E ha aggiunto, rivolgendosi alla platea di giornalisti: «Se c’è bisogno di un giornalismo libero è proprio oggi», perché «chi fa giornalismo con serietà può dare un contributo alla società di oggi per stare sul reale e non cedere alla narrativa che ha sempre dietro grandi interessi e grandi trame».
Lo stesso registro ha caratterizzato il saluto del sindaco Franco Ianeselli, lettore dichiarato di “Vita Trentina”. Ianeselli ha ricordato la fondazione del giornale nel 1926 per volontà del vescovo Endrici, in pieno fascismo, richiamando l’espressione con cui lo stesso Endrici descriveva il rapporto con il regime: una «via crucis snervante». E ha notato come il termine sostenibilità «era di moda, tanto di moda anni fa» mentre ora «sta scendendo in una maniera molto forte. E questo non credo perché abbiamo risolto i problemi del creato, è perché non li vogliamo più vedere».
Il presidente della FISC Mauro Ungaro ha ricordato che l’ultimo convegno Fisc risaliva all’Aquila, aprile 2015, a ridosso della pubblicazione della Laudato Si’. Seppur da allora non sono mancate assemblee e momenti di formazione, però «un convegno nazionale è tutta un’altra cosa», ha detto, prima di collegare idealmente i due appuntamenti: «allora si parlava del territorio delle catastrofi ambientali, qui si parla di come le testate possano non solo raccontare ma anche aiutare a prevenire». Ha poi dedicato un pensiero ai presidenti scomparsi — monsignor Vincenzo Rini e Duilio Corniali — e ha annunciato che il convegno apre le celebrazioni per i sessant’anni della federazione. Ungaro ha affrontato anche il tema dello sciopero dei giornalisti per il mancato rinnovo contrattuale, sottolinenando che i settimanali cattolici il loro contratto lo hanno firmato quattro anni fa: «La libertà dell’informazione deve andare di pari passo col riconoscimento della dignità giornalistica».
La prima relazione è toccata a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona e promotore dei Comitati Laudato Si’, figura familiare a gran parte della platea. Pompili ha impostato il suo intervento su una premessa: la Laudato Si’ «non è stato genericamente un manifesto verde, ma è stata una chiamata all’azione», derubricarla a esercizio accademico significherebbe tradirne il senso. E se oggi il tema ambientale non è più in prima pagina, ha osservato, non deve sorprendere chi lo ha sempre ridotto a un compartimento stagno della realtà, perché «l’idea geniale della Laudato si’ è proprio questa persuasione che è tutto connesso». Anche le guerre, ha ragionato, si combattono in ultima analisi per terre rare e minerali: il punto di partenza resta il rapporto con la terra. Pompili ha poi indicato tre coppie concettuali attorno a cui maturare una consapevolezza nuova. La prima è il rapporto tra mondo interiore e mondo esteriore: quando salta questa correlazione, ha detto, «ci impedisce di stare con i piedi per terra», perché il mondo esterno ci plasma nel profondo e non è il semplice fondale delle nostre azioni. La seconda è la dialettica tra limite e sviluppo, contro l’illusione di un progresso lineare che il Covid ha definitivamente incrinato. La terza è il nesso tra individuale e sociale: «Le cose negative in genere sono decise da pochi e hanno effetto su tanti; quelle positive sono in genere decise da tutti e hanno effetto su tutti». La parte finale dell’intervento ha riguardato le Comunità Laudato Si’, una novantina in Italia, nate dall’impegno congiunto di Pompili e Carlin Petrini. Il vescovo ne ha raccontate tre: gli orti sociali di Gela, su un terreno abbandonato trasformato in luogo di coltivazione e incontro; la comunità milanese di Nocetum, una decina di giovani famiglie che condividono vita e lavoro in una ex casa padronale alle porte della città; la marcia silenziosa per l’ambiente organizzata ogni anno a Castel Gandolfo, passata in poche edizioni da qualche decina a oltre cinquecento partecipanti. Esperienze possibili, a portata di mano, che Pompili ha indicato ai giornalisti come storie da raccontare per superare «una certa retorica dell’ecologismo».
Tutt’altro registro, ma stesso orizzonte di interesse, per l’intervento di Massimo Bernardi, direttore del MUSE di Trento, che ha preso la parola dichiarando subito i limiti del proprio ruolo: non parla «la scienza» ma egli ha offerto il proprio contributo, consapevole che il metodo scientifico funziona, ma allo stesso tempo è insufficiente. L’insufficienza, ha spiegato, è quella di settant’anni di comunicazione scientifica che non è riuscita a cambiare rotta: «Stiamo fallendo in quanto scienziati e quindi abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti ad essere più efficaci». Bernardi ha portato dati che parlano da soli, il più impressionante riguarda il 2026, l’anno in corso: è il momento in cui, secondo le stime statistiche più aggiornate, la tecnomassa — tutto ciò che l’umanità ha costruito — ha raggiunto lo stesso peso della biomassa del pianeta, l’insieme di foreste, animali e organismi viventi evoluti indipendentemente dalla presenza umana. Da ora in poi, ogni manufatto prodotto sarà un grammo in più rispetto a tutto il vivente. Bernardi ha ricordato che la causa dell’aumento delle temperature è accertata e nota da decenni, citando una lettera interna della Exxon del 1982 in cui la compagnia petrolifera riconosceva con chiarezza gli effetti della propria produzione sul clima globale: «Non serve aggiungere altro. Da questo punto di vista la scienza non serve più; in caso serve trovare le soluzioni».
Nella parte finale, rivolta direttamente ai giornalisti, il direttore del MUSE ha elencato una serie di avvertenze per chi racconta la crisi climatica. Mettere i numeri in proporzione, perché «un grado in più non significa niente» senza un metro di paragone. Diffidare delle correlazioni spurie che generano notizie false, evitare le generalizzazioni — «gli attivisti», «i giovani», «l’industria» — perché i gruppi contengono differenze e le differenze meritano di essere raccontate. Non dividere il mondo in due, perché non esiste il punto di vista della scienza contrapposto a quello della fede, ma gradi di sovrapposizione. E soprattutto non rinunciare alla complessità, perché la semplificazione non aiuterà a risolvere il groviglio in cui ci si trova. Per spiegare quest’ultimo concetto ha preso in prestito una pagina del “Pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda sulle «inopinate catastrofi» che non discendono mai da una causa sola ma da un vortice di causali convergenti: uno «gnommero», un gomitolo inestricabile. Il convegno proseguirà domani con una sessione sulla deontologia della comunicazione ambientale e le testimonianze di cronisti che hanno raccontato emergenze sul territorio, dai ghiacciai alle alluvioni. Sabato il dialogo si allargherà alle fedi.
La corretta narrazione delle tematiche ambientali e le criticità del giornalismo scientifico in Italia sono state al centro dell’incontro formativo svoltosi al Polo Vigilianum di Trento nella giornata di venerdì 17. L’evento ha offerto un’analisi su come i media affrontano il cambiamento climatico, evidenziando gli errori più comuni e la necessità di fonti attendibili. Attraverso gli interventi di esperti del settore, come il presidente dell’Unione Giornalisti Scientifici Italiani, Giovanni Caprara, e il glaciologo del MUSE, Christian Casarotto, è scaturita la necessità di colmare le lacune nelle redazioni e di adottare un linguaggio preciso per tradurre la complessità dei dati climatici, evitando la diffusione di notizie fuorvianti.
Un glaciologo chiama quattro persone dal pubblico, le mette in fila e distribuisce loro dei foglietti bianchi come fossero cristalli di neve. È cominciata così la mattina di lavoro al Polo Vigilianum di Trento, con una relazione molto “operativa” che ha resto il convegno ancor più interessante, ci si è soffermati, in particolare, su come i giornali sbagliano quando parlano di clima. La sessione, riconosciuta dall’Ordine dei Giornalisti come corso di formazione, era dedicata agli aspetti deontologici della comunicazione ambientale. L’ha introdotta Daniela Verlicchi della Commissione Cultura FISC, partendo da una constatazione: i settimanali cattolici mettono in prima pagina il cambiamento climatico da anni perché lo vedono accadere sotto casa, dall’alluvione in Romagna ai ghiacciai che si ritirano. Però serve il linguaggio giusto: «c’è un mondo scientifico che ha un sacco di conoscenze vitali per leggere il mondo di oggi, c’è la gente che ha bisogno di saperle, nel mezzo ci siamo noi che dobbiamo tradurre», ha detto. E le traduzioni, come sappiamo, non sempre funzionano.
Il primo a prendere la parola è stato Giovanni Caprara, editorialista scientifico del “Corriere della Sera” e presidente dell’Unione Giornalisti Scientifici Italiani…Caprara ha puntato il dito su un dato strutturale: nella carta deontologica dei giornalisti italiani, fino a pochi anni fa, non esisteva alcun riferimento alla scienza e alla tecnologia, «come non fossimo mai andati sulla Luna piuttosto che non si fossero conquistate tante altre scoperte». Fu lui stesso a proporre nel 2018 all’allora presidente dell’Ordine Carlo Verna di colmare quel vuoto, a partire dalla Carta di Piacenza elaborata dai giornalisti scientifici. L’integrazione nel Testo Unico arrivò alla fine del 2020, ma quel punto di arrivo, ha osservato Caprara, era in realtà un punto di partenza, perché il problema di fondo resta culturale, nei media italiani non esistono redazioni scientifiche: «È giusto trovare giornalisti specializzati in un ambito sportivo piuttosto che in un ambito politico, ma quando parliamo di clima, no. Oppure l’intelligenza artificiale, oppure di energia, no. Questi sono temi che possono essere affrontati così, un po’ come capita». Caprara ha insistito sul fatto che parlare oggi di cambiamento climatico significa occuparsi insieme di energia, tecnologia, economia e politica, non è più un tema da pagina della scienza: «altrimenti faremo soltanto dell’esibizionismo culturale». Ha citato il caso emblematico della “verità alternativa” — l’espressione usata dall’addetta stampa di Trump quando un giornalista mostrò le foto che smentivano le affermazioni del presidente sulla folla al suo insediamento — per ricordare che l’unico antidoto è risalire a fonti attendibili: centri di ricerca, musei della scienza, documenti verificati. Poi ha ricordato il metodo dei giornali anglosassoni, dove di fronte a una scoperta non ci si limita a intervistare l’autore ma si cercano pareri indipendenti di altri scienziati dello stesso campo; al “New York Times”, ha notato, la redazione scientifica conta ventiquattro giornalisti specializzati: «o noi cambiamo o ci estinguiamo».
Poi è stato il turno di Christian Casarotto, glaciologo e divulgatore del MUSE, che ha portato in sala quello che Verlicchi ha definito un “bestiario” degli errori giornalistici sul clima, premettendo subito che «le cose che andremo a vedere insieme sono frutto dell’errore di chi parla, quindi mio, per alcuni articoli, e dei colleghi per altri». È partito dalle basi: un ghiacciaio funziona come un conto in banca, d’inverno accumula neve, d’estate la spende. Per conoscere il bilancio servono entrambe le voci. Eppure, ha mostrato, sulle testate nazionali compaiono regolarmente titoli invernali che annunciano ghiacciai in ripresa dopo una grande nevicata, «completamente sbagliati» perché fotografano solo le entrate senza aspettare le uscite. L’esercizio con i quattro volontari serviva proprio a questo: ognuno rappresentava una quota diversa della montagna, con più neve in alto e meno in basso. Arrivata l’estate, Casarotto ha fatto “sciogliere” la neve partendo dal basso, mostrando come alle quote inferiori si perde non solo la neve caduta d’inverno ma anche il ghiaccio degli anni precedenti, mentre in alto il bilancio può restare positivo. Poi ha aggiunto il dettaglio che molti equivocano: anche con un bilancio annuale positivo, un ghiacciaio non avanza…perché la neve si trasformi in ghiaccio e il ghiacciaio torni a crescere servono «almeno 5, 6, 7 anni» consecutivi di bilanci positivi, «un singolo inverno nevoso non è sufficiente».
La seconda parte della mattinata di venerdì, ha cambiato registro rispetto alla sessione precedente dedicata alla deontologia: adesso parlano le voci dei giornalisti che hanno vissuto in prima persona le emergenze climatiche, tra il fango, le strade interrotte, le famiglie isolate, le lacrime di chi ha perso tutto. A introdurre la sessione, moderata da Daniela Verlicchi, è stata Sandra Bortolini, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Trentino-Alto Adige, che ha ricordato come i giornalisti e le testate cattoliche sono «l’avanguardia dell’informazione ambientale, perché sono stati i primi a cominciare a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla salvaguardia del Creato». Ha poi sottolineato l’importanza del nuovo codice deontologico, in vigore dal primo giugno 2025, che dedica un articolo specifico all’informazione ambientale, scientifica e sanitaria.
Il primo a raccontare è stato Augusto Goio, caposervizio di “Vita Trentina”, che ha riportato la platea al 3 luglio 2022, quando il crollo di un seracco sulla Marmolada travolse e uccise undici escursionisti ferendone nove. Goio ha voluto leggere i nomi delle vittime uno per uno — Filippo Bari, Liliana Bertoldi, Erica Campagnaro, Tommaso Carollo, e gli altri sette — perché «sono volti e persone, con famiglie, con amici», così i settimanali diocesani affrontano (anche) le tragedie: si parte, sempre, dalle persone. Goio ha ripercorso il lavoro della redazione nelle ore e nei giorni successivi: le fonti — Provincia, Protezione Civile, sindaco di Canazei, soccorso alpino — i conteggi delle vittime che cambiavano di ora in ora, la difficoltà di accedere al ghiacciaio perché si temevano ulteriori crolli, i primi sopralluoghi con i droni. “Vita Trentina” scelse di uscire sul cartaceo due giorni dopo, con il titolo “Chiuso per lutto”, «proprio per poter avere quegli elementi maggiormente solidi». E scelse di non avvicinare i familiari delle vittime con il microfono, perché «ritenevamo superfluo presentarci in quel momento» — un gesto che il giornalista ha collegato a una concezione della deontologia come «spirito di collaborazione tra colleghi» e attenzione complessiva alla dimensione umana del racconto. In Svizzera, il crollo del ghiacciaio del Bietsch nel maggio 2025 non ha fatto vittime perché il monitoraggio decennale aveva permesso di evacuare il paese a valle, la differenza tra tragedia e prevenzione, ha osservato Goio, sta spesso nella continuità dell’attenzione.
Dal ghiacciaio alpino alla caldera vulcanica, don Doriano De Luca, direttore di “Nuova Stagione” di Napoli, ha portato nella sala di Trento un’emergenza di tutt’altra natura ma con problemi giornalistici sorprendentemente simili: il bradisismo ai Campi Flegrei — il sollevamento e l’abbassamento lento del suolo causato dall’attività idrotermale e magmatica sotto una caldera di 150 Km quadrati su cui vivono 350mila persone — non è legato al cambiamento climatico, ma è il caso esemplare di un’emergenza lenta, quella che non ha una data e un’ora come il terremoto ma «un processo che potremmo quasi definire un respiro lungo della terra, a volte anche un rantolo, che dura anni, decenni». Don Doriano ha aperto con un’immagine dalla redazione: arriva una scossa, magnitudo 2.8, epicentro la solfatara. Ti alzi, guardi il monitor dell’INGV, scrivi tre righe, pubblichi. Il giorno dopo un’altra scossa, il giorno dopo ancora un’altra…«Così per settimane, per mesi, per anni, ad un certo punto non vi alzate più». Quella tentazione di smettere di alzarsi, ha detto, «è la prima, forse la più grave trappola che un giornalista si trova ad affrontare quando la terra trema e quando trema lentamente». Ha raccontato di aver preparato la copertura del fenomeno partendo da una lunga telefonata con un ricercatore dell’INGV a cui aveva chiesto di spiegare il bradisismo «come se dovessi spiegarlo a mio nipote»: un’ora e quaranta minuti di conversazione, trascritta integralmente, seguita da colloqui con un geologo dell’Università Federico II e una funzionaria della Protezione Civile…«e solo dopo abbiamo aperto un documento di testo», ha precisato, comunicando il suo principio di lavoro: «non si racconta ciò che non si capisce, o ciò che non si è capito».
Dall’esperienza napoletana don Doriano ha ricavato quattro trappole in cui la sua redazione è caduta o ha visto cadere altri. L’allarmismo da scossa singola, per cui un titolo emotivamente efficace — «Forte scossa ai Campi Flegrei, paura tra la popolazione» — può essere «scientificamente fuorviante e anche socialmente irresponsabile» se non spiega che una scossa di magnitudo 3.1 ai Campi Flegrei non equivale alla stessa magnitudo sull’Appennino lucano. L’assuefazione, trappola opposta ma altrettanto pericolosa, per cui si smette di raccontare le scosse e con esse tutto ciò che nel frattempo cambia: i palazzi che si deteriorano, le famiglie che non dormono più, il tessuto sociale di un quartiere che si sfalda, il mercato immobiliare che crolla. «L’assuefazione del giornalista diventa complicità con l’oblio istituzionale», ha detto. La dipendenza acritica dalla fonte ufficiale, perché INGV e Protezione Civile sono fonti autorevoli ma hanno anche il compito istituzionale di gestire la comunicazione del rischio senza generare panico, e «questo è legittimo, non è però il compito del giornalista», che deve dare voce anche agli abitanti, ai commercianti, alle famiglie evacuate. La spettacolarizzazione del dolore, infine, con le telecamere che cercano la signora anziana in lacrime davanti alla porta murata: «Sono immagini reali, ma se diventano l’unico registro narrativo si trasforma la cronaca in melodramma, e soprattutto si priva il lettore della comprensione di quello che sta succedendo davvero». Per la copertura del bradisismo, “Nuova Stagione” ha costruito nel tempo una struttura a tre livelli — dato scientifico, risposta istituzionale, voce della comunità — con una cadenza narrativa regolare: non più un pezzo per ogni scossa, ma un aggiornamento ogni quindici giorni, «perché il bradisismo non va in ferie e nemmeno il giornalismo che lo racconta». E don Doriano ha chiuso con un’attenzione particolare alle parole: «Nei Campi Flegrei ho imparato che alcune parole fanno paura da sole». Evacuazione, eruzione, catastrofe. «Le parole nel giornalismo di emergenza non sono neutre: sono azioni; possono calmare o scatenare, possono informare o disinformare. La cura del lessico è cura della comunità».
Dalla pianura alluvionale è arrivata la terza voce. Riccardo Bigi di “Toscana Oggi” ha tracciato un arco di sessant’anni tra l’alluvione di Firenze del 1966 e le emergenze più recenti. Nel 1966, ha raccontato, la piena fu il risultato di piogge insistenti e prolungate che riempirono l’intero bacino dell’Arno. Il giornalista Rai Marcello Giannini, per far capire alla redazione romana la gravità della situazione, calò il microfono dalla finestra della sede di via Cerretani per trasmettere il rumore dell’acqua: da Roma non gli credevano. Fu, ha detto Bigi, «forse la prima grande tragedia mediatica», quella che generò la mobilitazione spontanea degli Angeli del Fango — tra i quali un giovane seminarista che sarebbe diventato il cardinale Betori, arcivescovo di Firenze — e fu la scintilla per la nascita della Protezione Civile nel 1970 e, probabilmente, anche della Caritas italiana nel 1971. Ma la parte più eloquente dell’intervento è stata la sequenza delle alluvioni toscane successive: 1996, 2000, 2009, 2012 con sei morti in Maremma, 2013, 2014, 2017 con otto morti a Livorno, 2019, 2022, 2023 con altri otto morti e migliaia di sfollati, marzo 2025 ancora. «Se facessimo un grafico avrebbe una parabola molto in salita», ha osservato. E soprattutto è cambiata la natura degli eventi: non più piogge prolungate come nel 1966, ma precipitazioni concentrate in poche ore su aree ristrette, con duecento millimetri d’acqua che cadono all’improvviso. Bigi ha individuato cinque fasi ricorrenti nel racconto di ogni alluvione: la conta dei danni, la solidarietà spontanea, l’organizzazione degli aiuti, le polemiche sulla mancata prevenzione e infine la perdita della memoria: «Tutto questo poi velocemente viene dimenticato. Tornerà a parlarne all’alluvione successiva».
L’intervento di Zanotti, infine, ha cambiato la temperatura della sala…il direttore del “Corriere Cesenate” ha proiettato decine di fotografie scattate personalmente nei giorni successivi all’alluvione del maggio 2023 — tutte sue, ha precisato, perché «ci vado io sul posto, non è che mando qualcuno». Ha mostrato Sorrivoli, dove frane di decine di metri avevano isolato intere famiglie, ha mostrato Tezzo, la frazione dove una strada si è accartocciata su se stessa e il vicesindaco si è salvato per un istante. Ha mostrato i costoni di collina venuti giù con gli alberi ancora dritti, sradicati dalla base perché l’acqua era penetrata nelle fenditure aperte dalla siccità precedente, «come se fossimo andati con un calzascarpe e abbiamo portato via la terra». Poi ha dato un numero: 81.000 frane censite. Ottantunomila. «E noi andavamo con i colleghi che si sgomitavano sul canotto dei carabinieri che faceva dieci metri», ha commentato, mentre nell’entroterra paesi interi restavano tagliati fuori. Tutta l’attenzione mediatica si era concentrata sulle città alluvionate, sull’immagine dell’acqua nelle strade, «ma di quello fuori dalle città nessuno si è interessato, o quasi». E quando dal “Corriere Cesenate” chiamavano i media nazionali per segnalare la situazione nell’entroterra, si sentivano chiedere se c’era l’acqua, «perché se non c’è l’acqua io non vengo». Zanotti ha raccontato di non aver dormito per una settimana, di essere andato con un agricoltore su una Pandino 4×4 a riaprire per primo la strada tra la Valle del Savio e la Valle del Borello, di aver dato voce alla signora Anna di Ciola che aveva trasformato il suo ristorante in punto di distribuzione viveri per gli isolati, a chi aveva perso i campi, a chi aveva aperto un agriturismo due anni prima e ora non aveva più la strada per raggiungerlo. «Abbiamo dato voce a quell’Italia minore, a quell’Italia che non ha voce sui grandi mezzi», ha detto. E ha preso in prestito da don Doriano la parola che attraversava tutta la mattinata: restare. «Sicuramente siamo rimasti. Sicuramente abbiamo dato voce a chi non l’aveva». Ma ha anche messo in guardia dalla retorica del mestiere. «Fare un titolo che non ci azzecca nulla con quello che poi scriviamo, io dico che è un delitto», ha detto, indicando la responsabilità come bussola. Prima di lasciare il microfono ha ricordato che il suo giornale porta avanti dal 2017 una campagna fotografica intitolata “Natura Spettacolo”, immagini della campagna romagnola pubblicate in prima pagina, «perché non siamo più capaci di stupirci» e il primo passo per proteggere qualcosa è tornare a guardarlo.
La mattinata si è chiusa senza il tempo per un dibattito formale, ma con la sensazione che il dibattito vero fosse già avvenuto, nelle convergenze inattese tra esperienze lontanissime: il ghiacciaio trentino e la caldera napoletana, l’Arno del 1966 e il Savio del 2023. Quattro territori diversi, la stessa fatica di farsi ascoltare, lo stesso impegno a non andarsene quando il clamore si spegne. E un’immagine finale, quella con cui don Doriano ha chiuso il suo intervento: la piazza del municipio di Pozzuoli, con le mattonelle sconnesse e i gradini che non combaciano più sotto la pressione di forze più grandi di qualunque progetto umano. «Il giornalismo non può fermare il bradisismo», ha detto, «ma può fare una cosa preziosa: può garantire che nessuno affronti quella piazza sconnessa da solo, senza capire che cosa sta succedendo sotto i propri piedi».
Per tre giorni, al Polo Vigilianum e a Palazzo Geremia, i settimanali cattolici hanno fatto una cosa che di solito non fanno: si sono guardati allo specchio per misurarsi con una domanda che l’arcivescovo Tisi ha proposto fin dal primo pomeriggio dei lavori: la questione climatica è stata «derubricata» dalle agende e dalla narrazione giornalistica?
Che il convegno sia riuscito come è riuscito, lo si deve in larga parte a “Vita Trentina” e al suo direttore Diego Andreatta, che hanno curato l’organizzazione e l’accoglienza con una cura dei dettagli che è il riflesso del modo in cui quel settimanale lavora da cento anni: attenzione alle persone prima che ai programmi, ospitalità concreta fatta di soluzioni e prossimità più che di parole. La collaborazione con la Commissione Cultura della FISC ha prodotto un programma che teneva insieme gli aspetti scientifici relativi all’ambiente, l’esperienza giornalistica e la riflessione ecclesiale senza che nessuna delle tre prevalesse sulle altre. Non era scontato, e chi c’era lo ha percepito.
Chi era in sala ha portato a casa almeno quattro indicazioni utili, quattro (buoni) motivi per ripensare il proprio lavoro.
Il primo motivo riguarda la competenza. Giovanni Caprara ha ricordato che nelle redazioni italiane non esistono giornalisti specializzati in scienza; il glaciologo Casarotto ha proiettato titoli di testate nazionali che fraintendevano un inverno nevoso con la prova che il riscaldamento globale fosse finito. Studiare prima di scrivere è il minimo per non fare danni…e l’approssimazione, quando si parla di clima, può alimentare il negazionismo più di un tweet di Trump.
Il secondo motivo riguarda il restare. È la parola che ha attraversato il convegno da un capo all’altro, ripresa da Zanotti, il direttore del “Corriere Cesenate” che ha mostrato le foto di alcune delle 81mila frane romagnole rimaste invisibili ai media nazionali «perché non c’era l’acqua in strada», perché «l’Ansa non aveva ancora scritto», perché «se non c’è l’acqua io non vengo». Quei paesi isolati, quelle famiglie senza strada, quella signora che trasformava il ristorante in centro di distribuzione viveri li ha raccontati un settimanale cattolico locale, perché era lì e lì ci è rimasto.
Il terzo motivo riguarda le parole. Fabio Magro, dalla Comunità Laudato Si’ di Follina, ha chiuso il suo intervento con una frase che Chiara Genisio ha voluto poi riprendere nell’ultima mattina: «Abbiamo bisogno di una parola che parli». Sembra un gioco di parole, però c’è un senso che va recuperato. Casarotto ha mostrato che un termine tecnico usato male genera notizie false. Monsignor Pompili ha messo in guardia da due derive opposte: la comunicazione negazionista e quella terrorista, «che non riesce in realtà a svegliare le coscienze, soprattutto non riesce a riscaldare i cuori». I settimanali diocesani devono fare una scelta che riguarda la lingua prima ancora che il contenuto.
Ma forse il motivo più profondoper ripensare il lavoro di un settimanale diocesano è arrivato nell’ultima mattina: monsignor Olivero non ha parlato di clima, ha parlato di un dipinto di Hopper dove una porta si apre direttamente sul mare senza scala né pianerottolo, e ne ha fatto la metafora di un’epoca in cui l’infinito è vicinissimo ma le strutture per raggiungerlo — chiese, riti, mediazioni culturali — sono (s)cadute. Ha detto che le religioni «non devono più essere alla ricerca di un proprio spazio, ma nello spazio comune capaci di fare da scaletta». E ha avvertito, citando un pastoralista, che le parrocchie e le diocesi rischiano di diventare «riserve indiane» dove si conservano abitudini pittoresche mentre la vita vera si svolge altrove.
Ma questa provocazione non riguarda direttamente anche i settimanali diocesani? Perché se le diocesi rischiano di diventare riserve, i loro giornali rischiano di diventare bollettini della riserva.
Ma a dir il vero il convegno di Trento ha mostrato un potenziale contrario: occuparsi di ghiacciai, alluvioni, bradisismo e pesticidi nei vigneti è il modo che un giornale cattolico ha di stare nello spazio pubblico senza pretendere di possederlo. Anche Pompili lo ha detto: la Laudato Si’ «non è stata genericamente un manifesto verde, ma è stata una chiamata all’azione». A undici anni dalla sua pubblicazione, chiediamoci se i nostri settimanali la trattino ancora come un documento da citare negli editoriali delle grandi occasioni o se ne abbiano fatto un criterio quotidiano per decidere cosa mettere in prima pagina.
A Trento si è visto che il racconto locale della crisi ambientale è un vantaggio — a patto di farlo con competenza, di non stancarsi, di non cedere né al panico né all’indifferenza. A patto di trovare parole che parlino. Andreatta e “Vita Trentina”, hanno costruito lo spazio perché questa consapevolezza potesse maturare. Adesso tocca a ciascuna redazione portarsela a casa e tradurla in scelte concrete.
La scaletta che manca nel dipinto di Hopper qualcuno la deve costruire. Non è detto che debba essere grande. Basta che regga.
