
La morte del cardinale Camillo Ruini consegna alla Chiesa italiana il tempo del bilancio e della gratitudine. Se ne va uno dei protagonisti degli ultimi decenni, l’uomo che ha guidato la Conferenza Episcopale Italiana per sedici anni e la Diocesi di Roma per diciassette, ma soprattutto colui che ha posto al centro del cammino ecclesiale una domanda che ci riguarda ancora oggi: quale spazio occupa la fede nella vita reale degli uomini e delle donne del nostro tempo?
A questa domanda Ruini ha dato una risposta lucida e coraggiosa. Il rischio che lo ha sempre inquietato aveva un nome preciso, l’irrilevanza: la possibilità che il cristianesimo si ritirasse nel recinto del privato, diventando ininfluente nelle grandi scelte della società. Era convinto che la vera partita si giocasse sul terreno della cultura, là dove un popolo matura le proprie idee sull’uomo, sulla vita, sulla verità; e per questo invitava i cattolici a non temere il confronto con la modernità, persuaso che fede e ragione possano camminare insieme.
Contro questa deriva ha costruito una stagione intera di riflessione e di iniziativa. Il Progetto culturale orientato in senso cristiano, da lui voluto e guidato dal 1997, ne è stata l’espressione più alta: la volontà che la Chiesa tornasse a frequentare le grandi domande del pensiero contemporaneo, misurandosi con la filosofia, la scienza, l’arte, nella certezza che la fede avesse ancora qualcosa da dire alle questioni decisive dell’esistenza.
Era, in fondo, un modo per avvicinare la Chiesa alla realtà. Ruini chiedeva ai credenti di abitare il proprio tempo con intelligenza e senza timori, di confrontarsi con le domande vere, di portare le ragioni della fede nel cuore del dibattito pubblico, liberi da ogni complesso di inferiorità. Immaginava una presenza capace di proposta, attiva nei luoghi dove si forma la mentalità comune: l’università, la scuola, i media, la vita civile.
In questo orizzonte trova posto anche la sua attenzione al mondo della comunicazione, e in particolare ai settimanali cattolici. Già vent’anni fa, nel messaggio per i quarant’anni della nostra Federazione, ci aveva chiesto di essere, di fronte ai mutati scenari culturali, «non spettatori inermi e impauriti, ma protagonisti convinti e incisivi». In quei giornali diocesani riconosceva «una delle espressioni più antiche e più diffuse» dell’impegno mediatico della Chiesa italiana, segno della sua vitalità, capaci di immettere nella vita pubblica un di più di consapevolezza sui valori irrinunciabili. E indicava una strada ancora attuale: radicarsi nel territorio, riscoprire le tradizioni locali, garantire «un’informazione libera al servizio del bene comune».
Sapeva che nessuna testata cresce da sola: la forza dei settimanali sta nella comunione tra le voci editoriali della Chiesa, in una rete che moltiplica ciò che il singolo non potrebbe. Vale ancora di più nel nostro presente: nell’epoca dei flussi digitali e delle parole consumate in fretta, l’invito a essere protagonisti consapevoli suona più urgente che mai, e chiede giornali capaci di respiro lungo, ancorati nelle comunità e liberi nel giudizio. I nostri settimanali, presenti in ogni angolo del Paese, realizzano ogni giorno quel desiderio di rilevanza che egli ci ha consegnato come compito: una Chiesa che cammina nelle strade, ascolta, informa, accompagna.
Per noi della Fisc è un debito di riconoscenza. Ci ha ricordato che comunicare la fede è una responsabilità che tocca il cuore della missione. Ci ha insegnato che la qualità del pensiero e la serietà dell’informazione sono forme alte di servizio alla comunità. La sua lezione resta un monito e un incoraggiamento: la verità chiede tempo, studio e coraggio.
C’è infine un tratto che chi lo ha incontrato non dimentica. Dietro l’immagine dell’uomo potente, raffinato stratega della vita ecclesiale e civile, si nascondeva una persona di disarmante semplicità. Ascoltava con attenzione, accoglieva con cortesia, parlava senza esibire la propria autorevolezza. La sua grandezza non aveva bisogno di mostrarsi. Era l’umiltà di chi ha messo i propri talenti a servizio di qualcosa di più grande di sé.
Oggi lo affidiamo al Signore con gratitudine. E raccogliamo il testimone che ci lascia: far sentire la voce della fede dentro la realtà, perché il Vangelo resti compagnia viva per gli uomini e le donne del nostro tempo.
Comitato esecutivo della Fisc
