SI COMBATTE PER LIBERARE MOSUL MA I CRISTIANI NON TORNERANNO

Infuria l’offensiva dell’esercito regolare per liberare la città irachena dalle mani dello Stato Islamico. Ad osservare da lontano quanto accade le centinaia di migliaia di sfollati e profughi fuggiti dalla città dopo l’arrivo dell’Isis nel giugno del 2014. Tra loro anche decine di migliaia di cristiani. Sparsi tra Libano, Turchia e Giordania attendono l’epilogo della battaglia prima di decidere se tornare o meno. Di certo non torneranno a Mosul, Dalida Gorgees Burtrus e le sue amiche cristiane del progetto sartoriale “Rafidin”, attivo ad Amman. Stanno imparando a tagliare e cucire, nella speranza di ricostruirsi una vita in Usa, Canada o Australia. Come loro tanti altri cristiani. Nella Mosul liberata non ci saranno più cristiani.
Prosegue la battaglia di Mosul: l’offensiva per la liberazione della capitale irachena dello Stato Islamico del Califfo Abu Bakr al Baghdadi, lanciata lo scorso 17 ottobre dall’esercito regolare, prosegue con difficoltà, tra insidie e trappole. Dopo un mese di combattimenti i governativi – sostenuti dalla coalizione internazionale a guida Usa e da 45mila uomini, tra soldati, forze curde e milizie sciite – sono riusciti infatti a liberare solo 5 degli 80 quartieri del capoluogo e in due di questi si spara ancora. Kokichli, al Intisar e al Sheima, recitano i rapporti militari sono “completamente bonificati” mentre in quelli di al Salam e al Qadissyah, “sono ancora in corso violenti combattimenti”. Si tratta di zone note a Dalida Gorgees Burtrus che a Mosul è nata 25 anni fa. Le notizie che arrivano dal fronte parlano ancora di guerra e hanno l’effetto di allontanarla ogni giorno di più dalla sua terra. Lei che da Mosul è fuggita a giugno del 2014, subito dopo l’invasione dello Stato Islamico, e oggi vive da profuga con la sua famiglia ad Amman. Accolta dalla Chiesa locale, Dalida, cattolica di rito caldeo, passa le sue giornate, nella zona di Jabal Webde, in un piccolo atelier di moda, frutto di un progetto promosso dal Patriarcato latino di Gerusalemme, dove, insieme ad altre 11 sue amiche di Mosul, Kirkuk e Baghdad, tentano far rivivere colori e tessuti della tradizione mediorientale ma soprattutto di ricucire la trama di una speranza distrutta dalla violenza della guerra e dello Stato islamico. La loro storia – raccontata ai partecipanti al viaggio Fisc-8×1000 “senza frontiere” in corso in questi giorni in Giordania – oggi si intreccia con quella della loro “griffe”, che porta significativamente il nome di “Rafidin – Made by Iraqi girls”. “Rafidin” vuol dire “i due fiumi”, termine usato comunemente per indicare il Tigri e l’Eufrate, i due corsi d’acqua dell’Iraq.
Vedere oggi la battaglia di Mosul per questa giovane ragazza irachena, diplomata in tecnica informatica, vuole dire riaprire un libro di ricordi dolorosi. Che cominciano molto prima dell’arrivo del Daesh nel 2014.
“A Mosul soffriamo dal 2003, molto prima dell’arrivo dello Stato Islamico – racconta la giovane sospendendo per un po’ il suo lavoro sartoriale – abbiamo patito le guerre precedenti, gli scontri confessionali nati dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel dicembre del 2003 – e, dal 2014, l’arrivo di Daesh e il terrorismo.
Non siamo fuggiti una volta sola, ma più volte in questi anni, per trovare rifugio nella Piana di Ninive, dove ci sono tanti villaggi cristiani”. I ricordi si fanno più recenti e corrono a giugno del 2014, quando a Mosul entrano i combattenti di al Baghdadi. “In quei giorni – ricorda Dalida – abbiamo perso tutto ciò che avevamo, casa, affetti, scuola, lavoro, amici. Nella nostra zona, poco fuori città, i miliziani hanno subito tolto l’acqua, la luce, e bloccato l’arrivo di ogni genere di fornitura alimentare. Siamo fuggiti con quello che avevamo addosso. All’inizio abbiamo sostato fuori il centro urbano perché credevamo che l’esercito iracheno potesse riprendere subito…

Condividi