AL DI LA’ DEL MURO NELLA PRIGIONE DI GAZA

Martedì 17 novembre
Questa seconda giornata comincia subito, dopo una tranquilla notte al Pontificio Istituto Notre Dame di Gerusalemme, dove è stato accolto Papa Francesco nel suo recente viaggio in Terra Santa. L’orto degli ulivi, il Getsemani, la pietra che ricorda l’agonia di Cristo; il Muro del pianto, spazio privilegiato di preghiera degli ebrei, là dove sorgeva il tempio, la casa di Dio, la presenza fisica di Jahve; la Messa nella cappella Dominus Flevit, che ha come abside la vetrata che mostra Gerusalemme e l’inconfondile cupola della moschea di Omar. I luoghi islamici e la spianata del tempio senza poter accedere nelle moschee, dal 2000 precluse ai turisti. Poi il  Santo Sepolcro con tutto il carico di spiritualità, di fede, di emozioni, di riti e ritualità. Conteso dalle confessioni cristiane, sospeso nello status quo che delinea spazi e riti invalicabili. E qui il disagio si fa più profondo per la divisione interna a quanti riconoscono e invocano il Dio incarnato, morto e risorto. Ciascuno per proprio conto.
Ma i pensieri sono tutti orientati alla giornata di domani.
 
Mercoledì 18 novembre
La giornata è impegnativa, Gaza suscita tensione. Le avvertenze che riceviamo non sono molto tranquillizzanti, ci aspettano controlli, bisogna fare attenzione all’uso di fotocamere e cellulari.
Dal pulmino che ci porta si intravvede il muro che circonda questa striscia lunga  fino a 45 km di lunghezza e larga fra i 5 e i 12 Km, soltanto 360 Kmq.
Tre guerre negli ultimi 9 anni e il permanente blocco israeliano fanno di questa striscia una prigione. 2 Milioni di cittadini sopratutto musulmani, 1000 cristiani, 130 cattolici, chiusi in un assurdo spazio ad altissima densità. Grazie allo splendido don Mario Cornioli, sacerdote Fidei donum della diocesi di Fiesole, in servizio al patriarcato latino di Gerusalemme da oltre dieci anni, siamo riusciti ad avere per tempo i permessi e a superare i duri controlli israeliani al valico di Erez, a percorrere i circa 1200 metri di tunnel nella terra di nessuno che separa Israele da Gaza, superare la frontiera di Fatah dove troviamo abuna (padre) Mario Da Silva, un altro splendido sacerdote brasiliano, parroco di Gaza, che ci accompagna all’altro controllo, quello di Hamas.
Finalmente le due auto che ci portano tagliano su strada dissestata la Striscia presentandoci scenari assurdi: fango, case sventrate, baracche, assenza di segnaletica, incrocio di carri trainati da asini stanchi, palazzi anneriti, macerie, bambini scalzi, uomini intenti a recuperare pietre e ferro… Perchè l’embargo di Israele impedisce che arrivino ferro e cemento per ricostruire. Ci squadrano bene perchè lì non ci va mai nessuno, ma ci salutano, soprattutto i bambini, facendo la “V” con le dita.
Percorsa la polverosa strada giungiamo in una periferia a visitare un centro che sarà inaugurato proprio il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne; il Centro per le Donne, realizzato nell’ambito del progetto finanziato dall’UE: “Promoting the Bedouin Centre “Children’s Land” as a participatory lab for community development in Gaza Strip” e implementato da Vento di Terra ONG in partnership con Canaan Institute of New Pedagogy.
Alessandra Viezzer, responsabile UE per la Cooperazione, e Issa Saba, direttore del Canaan Institute of New Pedagogy, ci presentano con orgoglio il centro di Um Al Nasser, costituito da due piani più una terrazza. Il piano terra ospita due laboratori gestiti interamente dalle donne locali: uno di sartoria e uno di falegnameria, in cui le donne islamiche, che nel frattempo si ricoprono il volto prima di incontrarci, producono giochi ecologici per bambini, ispirandosi a diversi approcci come il metodo Montessori. L’obiettivo è di vendere i giochi agli asili e ai centri per l’infanzia nella Striscia di …

Condividi